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Psicologia

Effetto Dunning-Kruger: perché chi sa meno è più sicuro di sé (e chi sa di più dubita)

Lo studio di Cornell del 1999 mostrò che gli studenti nel 12° percentile si valutavano nel 62° percentile. Una distorsione cognitiva potente e fraintesa.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Immagine concettuale di una mente illuminata con linee colorate convergenti
Immagine concettuale di una mente illuminata con linee colorate convergenti

C'è un grafico che da vent'anni gira sui social: due assi cartesiani, una curva a montagna russa. Sull'orizzontale la quantità di conoscenza, sul verticale la "confidenza in se stessi". Si comincia altissimi ("so tutto io"), si crolla a metà strada ("non so niente"), si risale piano ("ho capito qualcosa"). Il grafico è una semplificazione - in realtà nel paper originale non compare - ma il fenomeno che descrive esiste e si chiama effetto Dunning-Kruger.

Lo studio del 1999 a Cornell

L'esperimento fondatore è di David Dunning della Cornell University e Justin Kruger della University of Illinois. Pubblicato nel 1999 sul Journal of Personality and Social Psychology con il titolo Unskilled and Unaware of It, riassume quattro test condotti su 65 studenti di laurea: ragionamento logico, comprensione grammaticale, riconoscimento dello humour, capacità diagnostiche.

Dopo ogni test, i partecipanti dovevano stimare il proprio rendimento confrontandosi con gli altri. Il risultato fu chiaro:

  • Gli studenti nel quartile più basso (12° percentile in media) si stimarono nel 62° percentile.
  • Gli studenti nel quartile più alto si valutarono lievemente al di sotto del loro effettivo livello, perché tendevano a credere che gli altri sapessero anche loro le risposte.

In altre parole, le persone meno competenti sopravvalutano sé stesse non per arroganza, ma perché mancano delle stesse capacità che servirebbero a riconoscere la propria incompetenza. È un problema di metacognizione: sapere ciò che si sa e ciò che non si sa.

La spiegazione: cieca di metacognizione

Dunning e Kruger lo riassumono così: "L'abilità necessaria a produrre una risposta corretta è esattamente la stessa che serve a riconoscere che una risposta è corretta". Chi non sa la grammatica non riesce a giudicare la qualità grammaticale di una frase - né la propria né quella altrui. Per uscire dalla bolla, paradossalmente, serve diventare più competenti.

Il principio è descritto nella scheda di Psychology Today: il bias non è una questione di carattere, è una conseguenza strutturale delle competenze cognitive.

Studenti in aula con espressioni concentrate durante una lezione
Il bias compare in ogni ambito dove sono richieste valutazioni di sé: scuola, lavoro, sport, guida, salute. Foto: Pexels / Max Fischer

Quattro previsioni dell'effetto

Lo studio originale proponeva quattro tesi, ancora valide:

  1. Le persone incompetenti sopravvaluteranno la propria capacità.
  2. Le persone incompetenti non riconosceranno la competenza altrui.
  3. Le persone incompetenti non riconosceranno l'entità della propria incompetenza.
  4. Se vengono formate e diventano competenti, riconosceranno - retrospettivamente - la propria incompetenza precedente.

L'ultima previsione è la più importante: il bias è curabile. Imparare riduce l'illusione.

Il caso McArthur Wheeler

L'aneddoto che ha ispirato lo studio è uno dei più citati nella divulgazione. Il 19 aprile 1995, a Pittsburgh, McArthur Wheeler rapinò due banche a viso scoperto in pieno giorno, convinto che il succo di limone spalmato sulla pelle lo avrebbe reso invisibile alle telecamere - perché il limone serve da "inchiostro invisibile" sulla carta. Quando fu arrestato, mostrò una sincera sorpresa: "Avevo addosso il succo!". Dunning sentì la storia al telegiornale e iniziò a interrogarsi sul rapporto fra competenza e fiducia in se stessi.

Cosa non è

Negli anni recenti il bias è stato spesso travisato. Alcuni chiarimenti importanti:

  • Non significa che "chi crede di sapere è automaticamente un cretino". È una tendenza statistica su grandi campioni.
  • Non si applica solo a chi è in fondo: i più competenti sottostimano la propria posizione. È il bias inverso ("falsa modestia").
  • Non è un grafico a forma di gobba con "il picco dei tonti" e "la valle dell'esperto". Quel grafico è un meme di Internet, non compare nel paper.
  • Alcune rianalisi recenti sostengono che parte dell'effetto è statistica (regressione alla media): chi prende basso tende a sovrastimare, chi prende alto a sottostimare. Il fenomeno cognitivo resta, ma è più piccolo di quanto comunemente raccontato.

Dove si vede ogni giorno

  • Guida: il 70-80% degli automobilisti si autodefinisce "sopra la media".
  • Lavoro: i manager più junior tendono ad avere percezioni più nette su decisioni complesse.
  • Social e dibattito pubblico: chi commenta con la massima sicurezza tende a essere chi ha letto meno fonti.
  • Salute: i pazienti che si dicono "di sicuro non malati" sono spesso quelli che non hanno gli strumenti per riconoscere i propri sintomi.

Come uscirne

Tre antidoti documentati dalla letteratura:

  1. Feedback esplicito da chi ne sa di più (un mentore, un revisore, un docente).
  2. Test calibrati con risposte oggettive che permettono il confronto.
  3. Studio strutturato: non basta "informarsi". Servono libri, corsi, scuole. Più si impara, meno si crede di sapere, almeno per un tratto.

Dunning, ancora oggi in attività alla University of Michigan, scherza in una intervista a Time: "Tutti pensano che il Dunning-Kruger valga per quelli intorno a loro, non per loro stessi. Quella, però, è proprio la prova che il bias esiste".

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