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Psicologia

Effetto IKEA: perché amiamo di più ciò che costruiamo da soli

Montare un mobile, cucinare un piatto, completare un progetto: la fatica investita ci fa sopravvalutare ciò che creiamo con le nostre mani.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Persona che assembla un mobile in kit seduta sul pavimento
Persona che assembla un mobile in kit seduta sul pavimento

Perché diamo più valore a un mobile montato con le nostre mani che a uno identico già assemblato? Perché un piatto cucinato da noi ci sembra più buono e un progetto a cui abbiamo lavorato ci pare migliore di quanto sia davvero? La psicologia ha un nome per questo fenomeno: l'effetto IKEA, la tendenza ad attribuire un valore sproporzionato alle cose che abbiamo contribuito a creare. Lo descrissero nel 2012 tre ricercatori partendo, appunto, dai celebri mobili da montare.

L'esperimento dei mobili, degli origami e dei Lego

Il termine fu coniato da Michael Norton della Harvard Business School, insieme a Daniel Mochon e Dan Ariely, in uno studio pubblicato sul Journal of Consumer Psychology. I ricercatori condussero una serie di esperimenti facendo assemblare ai partecipanti scatole IKEA, costruzioni Lego e origami di carta. Il risultato fu netto: le persone erano disposte a pagare di più per gli oggetti che avevano costruito di persona e li valutavano molto più di prodotti identici realizzati da altri.

L'aspetto più sorprendente riguarda gli origami. Chi piegava un goffo origami lo giudicava bello quasi quanto quello di un esperto, e si aspettava che anche gli altri lo apprezzassero. Ma osservatori esterni, che non lo avevano costruito, lo consideravano per quello che era: un lavoro dilettantesco. La fatica investita, insomma, distorceva la percezione del valore solo agli occhi di chi l'aveva compiuta.

Persona che monta un mobile in kit con gli attrezzi
Montare un mobile aumenta il valore che gli attribuiamo: è il cuore dell'effetto IKEA. Credit: Tima Miroshnichenko / Pexels.

Quando "il lavoro porta all'amore" (e quando no)

Il sottotitolo dello studio era eloquente: "When Labor Leads to Love", quando il lavoro porta all'amore. Ma gli autori individuarono anche un confine preciso. L'effetto si manifesta solo se il compito viene portato a termine con successo. Nei casi in cui i partecipanti non riuscivano a completare la costruzione, oppure costruivano un oggetto per poi smontarlo, l'incantesimo svaniva: senza il senso di realizzazione, la fatica non si trasformava in valore affettivo.

Questo dettaglio è cruciale, perché distingue l'effetto IKEA dalla semplice "fatica per la fatica". Non è il sudore in sé a renderci affezionati a un oggetto, ma il sentirci competenti, l'aver completato qualcosa e poterlo guardare come una prova della nostra capacità. L'oggetto diventa un'estensione di noi stessi e del nostro impegno.

Una storia che parte da una torta

L'intuizione, in realtà, era nell'aria da decenni. Si racconta che negli anni Cinquanta i preparati istantanei per torte, quelli che richiedevano solo di aggiungere acqua, vendessero poco: risultavano "troppo facili" e lasciavano le casalinghe insoddisfatte, quasi in colpa per non aver fatto nulla. La soluzione, attribuita agli studi di psicologia dei consumi dell'epoca, fu controintuitiva: rendere la ricetta un po' più laboriosa, chiedendo di aggiungere un uovo fresco. Quel piccolo contributo personale bastò a far sentire le persone autrici del dolce, e le vendite salirono. Era l'effetto IKEA prima ancora che avesse un nome.

Mani che assemblano i componenti di un mobile in kit
Completare la costruzione è la condizione perché la fatica si trasformi in valore percepito. Credit: Athena Sandrini / Pexels.

Dal marketing alla vita di tutti i giorni

L'effetto IKEA ha implicazioni concrete. Spiega perché tante aziende propongono prodotti "fai da te", kit di personalizzazione o esperienze in cui il cliente partecipa alla creazione: coinvolgere chi acquista nel processo aumenta l'attaccamento e la disponibilità a pagare. Come sottolinea la stessa Harvard Business School, il principio è uno strumento potente nelle mani di chi progetta beni e servizi.

Ma il fenomeno va ben oltre i mobili e gli acquisti. Lo stesso meccanismo psicologico ci porta a sopravvalutare i progetti a cui abbiamo lavorato, le idee che abbiamo elaborato, le soluzioni che abbiamo proposto. È parente stretto della cosiddetta sindrome del "non inventato qui", per cui un gruppo tende a preferire le proprie idee a quelle, magari migliori, venute da fuori. Riconoscere l'effetto IKEA aiuta quindi a essere più lucidi: prima di difendere a ogni costo qualcosa che abbiamo costruito, conviene chiederci se la stiamo valutando per quello che vale davvero o solo perché è nostra.

Parente di altri inganni della mente

L'effetto IKEA si inserisce in una famiglia di fenomeni studiati dalla psicologia. È imparentato con la giustificazione dello sforzo: tendiamo a valutare di più ciò che ci è costato fatica, perché ammettere di aver faticato per qualcosa di mediocre creerebbe un disagio interiore. È vicino anche all'effetto dotazione, per cui un oggetto ci appare più prezioso semplicemente perché ci appartiene. L'effetto IKEA aggiunge a tutto questo un ingrediente specifico: non basta possedere, bisogna aver contribuito a costruire.

Questa rete di bias mostra quanto la nostra percezione del valore sia tutt'altro che oggettiva. Non valutiamo le cose solo per le loro qualità intrinseche, ma anche per la relazione che abbiamo con esse: il tempo che ci abbiamo dedicato, la fatica spesa, il senso di competenza che ce ne deriva. È un buon promemoria del fatto che, quando giudichiamo qualcosa di "nostro", non stiamo quasi mai guardando solo l'oggetto.

Affezionarsi non è un difetto

Va detto, infine, che l'effetto IKEA non è soltanto una trappola da evitare. L'attaccamento a ciò che creiamo è anche una potente fonte di motivazione e di soddisfazione: dà senso al lavoro, ci spinge a prenderci cura delle cose, ci fa sentire artefici e non semplici consumatori passivi. Il punto, come spesso accade con i meccanismi della mente, è esserne consapevoli. Sapere che la fatica "addolcisce" il giudizio ci permette di goderci l'orgoglio di una creazione personale senza lasciare che annebbi la nostra capacità di valutarla con onestà.

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