Psicologia
Errore fondamentale di attribuzione: l'esperimento del 1967 in cui i lettori giudicarono un autore anche dopo aver saputo che gli era stato imposto cosa scrivere
Edward Jones e Victor Harris alla Duke University, una saggistica pro o contro Castro, e la scoperta del bias che continua a infestare politica, lavoro e relazioni quotidiane.

Immagina di leggere un breve saggio in difesa di Fidel Castro, dell'embargo cubano, della rivoluzione di Sierra Maestra. L'autore è uno studente universitario che non conosci. Domanda: quanto è probabile che l'autore creda davvero in quello che ha scritto? Risposta intuitiva: molto. È sensato pensare che chi scrive in difesa di Castro abbia simpatie filocastriste. Ma se il professore di scienze politiche ti dicesse — prima della lettura — che ha imposto al suo studente di scrivere in difesa di Castro come esercizio retorico, indipendentemente dalle sue idee? Il senso comune dice che la valutazione dovrebbe cambiare radicalmente. Edward E. Jones e Victor A. Harris, due psicologi della Duke University, nel 1967 dimostrarono che non funziona così. Anche sapendo che la posizione era stata imposta, i lettori continuavano ad attribuire all'autore simpatie reali per Castro. È l'errore fondamentale di attribuzione, uno dei bias più potenti e meno consapevoli della mente umana.

L'esperimento di Durham (North Carolina), settembre 1965
Jones e Harris reclutarono 156 studenti del primo anno del corso di introduzione alla psicologia. Mostrarono a ciascuno un breve saggio di circa 200 parole, a volte in favore di Castro, a volte contro. Una metà dei partecipanti veniva informata che l'autore aveva scelto liberamente la posizione del saggio. L'altra metà veniva esplicitamente informata che l'autore era stato obbligato dal professore a difendere quella particolare posizione, indipendentemente dalle sue opinioni reali. Dopo la lettura, ai partecipanti veniva chiesto di stimare le vere opinioni dell'autore su una scala da 1 a 100. Il risultato, pubblicato nel Journal of Experimental Social Psychology nell'agosto 1967, fu sconcertante: i lettori della condizione "obbligo" giudicarono comunque significativamente più filocastriste le persone che avevano scritto saggi pro-Castro. La differenza tra le due condizioni — libertà vs. obbligo — risultò molto più piccola del previsto. In altre parole: le persone sapevano che il saggio non rifletteva le opinioni dell'autore, ma non riuscivano a non attribuirgliele lo stesso.
Lee Ross e il battesimo del 1977
Per dieci anni il fenomeno restò sepolto nei manuali di psicologia sperimentale. Fu Lee Ross, professore di psicologia sociale a Stanford, a estrarlo dall'oscurità in un saggio del 1977 intitolato The Intuitive Psychologist and His Shortcomings, oggi uno dei capitoli più citati nella storia della psicologia sociale. Ross coniò la formula fundamental attribution error (FAE) per descrivere la tendenza generale degli esseri umani a sottovalutare le cause situazionali del comportamento altrui e a sovrastimare le cause disposizionali: il tratto del carattere, la moralità, l'intelligenza, l'inclinazione personale. La biografia accademica di Ross sottolinea che l'errore fondamentale è una delle scoperte che gli sono valse, nel 2003, l'Annual Lifetime Achievement Award della American Psychological Association.
La versione completa: actor-observer bias
L'errore fondamentale ha un corollario altrettanto importante studiato in parallelo da Edward Jones e Richard Nisbett: l'actor-observer bias. Tendiamo ad attribuire le nostre azioni a cause situazionali ("oggi sono stato sgarbato con la cassiera perché ero stressato"), mentre attribuiamo le azioni altrui a cause disposizionali ("quel cliente era sgarbato perché è una persona maleducata"). Il bias non funziona simmetricamente. Quando guardiamo noi stessi vediamo il contesto, lo viviamo, ne sentiamo il peso. Quando guardiamo gli altri vediamo solo il loro comportamento, e l'unica spiegazione disponibile è la persona stessa. Per Ross, era questa asimmetria visiva la radice profonda dell'errore: la situazione è sempre più visibile dal di dentro che dal di fuori.
Conseguenze nel mondo reale: politica, lavoro, processi
L'errore fondamentale di attribuzione non è una curiosità di laboratorio. Influenza concretamente i giudizi sociali, le decisioni politiche, i verdetti giudiziari, le valutazioni di prestazione lavorativa. Una analisi pubblicata su Psychology Today ricorda alcuni effetti tipici: gli insegnanti tendono ad attribuire i fallimenti scolastici alla scarsa motivazione dello studente, sottovalutando svantaggi familiari e socio-economici; i datori di lavoro classificano come pigri i dipendenti che arrivano tardi senza considerare il traffico o gli impegni di cura familiare; i giurati nei processi tendono ad attribuire i comportamenti criminali alla natura dell'imputato più che a pressioni esterne. Studi sperimentali hanno mostrato che l'errore è amplificato nelle culture occidentali (statunitense, britannica) rispetto a quelle dell'Asia Orientale: la ricerca cross-culturale di Choi e Nisbett ha documentato che cinesi e giapponesi sono significativamente più sensibili alle variabili contestuali nelle attribuzioni causali. Una differenza che non è solo psicologica ma anche linguistica: il cinese e il giapponese contengono molte più forme grammaticali per esprimere situazioni e contesti che l'inglese o l'italiano.

Come ridurlo: una pratica difficile
Una volta riconosciuto, l'errore non sparisce: anche gli psicologi più consapevoli lo commettono regolarmente. La retrospettiva pubblicata da Lee Ross nel 2018 sulla sua carriera di studio del bias suggerisce tre pratiche che possono ridurlo nel modo più efficace. (1) Cercare attivamente la situazione: prima di giudicare il comportamento di una persona, chiedersi "cosa stava succedendo nella sua vita in quel momento?". (2) Praticare il pensiero contro-fattuale: chiedersi "se io fossi stato in quel ruolo, in quel contesto, avrei davvero fatto diverso?". (3) Diffidare delle attribuzioni rapide: l'errore è massimo quando giudichiamo in fretta. Lo psicologo Daniel Kahneman, premio Nobel per l'Economia 2002, lo descrisse come uno dei tipici prodotti del Sistema 1, il pensiero automatico — esattamente il sistema che dovremmo imparare a sospettare quando giudichiamo le persone.
Una bias che protegge il mondo dalle complessità
Perché abbiamo questo bias così profondo? Una teoria evolutiva, proposta dai psicologi Walker e Vul nel 2015, sostiene che attribuire il comportamento di un sconosciuto al suo carattere è una scorciatoia adattiva in un mondo in cui non conosciamo il contesto della maggior parte delle persone che incontriamo. Se vedo un estraneo aggredire qualcuno, è statisticamente più utile (e più rapido) presumere che sia aggressivo per natura piuttosto che immaginare scenari complessi sulla provocazione subita. Il bias era razionale nel mondo ancestrale, lo è meno nel mondo moderno dove diamo giudizi su persone che non conosciamo attraverso schermi e social media. L'errore fondamentale di attribuzione è la firma silenziosa con cui giudichiamo gli sconosciuti — ed è anche il motivo per cui spesso ci sbagliamo.
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