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Storie

Irena Sendler: l'infermiera che salvò 2.500 bambini

Con un permesso da operatrice sanitaria, un'assistente sociale polacca fece uscire di nascosto migliaia di bambini ebrei dal ghetto di Varsavia, nascondendone i nomi in barattoli sepolti sotto un melo.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Ritratto in bianco e nero di Irena Sendler nel 1942
Ritratto in bianco e nero di Irena Sendler nel 1942

Quando i nazisti occuparono la Polonia e rinchiusero centinaia di migliaia di ebrei nel ghetto di Varsavia, una giovane assistente sociale cattolica decise che non sarebbe rimasta a guardare. Si chiamava Irena Sendler, e negli anni dell'occupazione contribuì a salvare circa 2.500 bambini ebrei da morte quasi certa. La sua è una delle storie di coraggio più straordinarie della Seconda guerra mondiale, e per decenni rimase quasi sconosciuta al grande pubblico.

Un lasciapassare per entrare nell'inferno

Nata nel 1910, Irena Sendler lavorava per i servizi sociali del comune di Varsavia. Grazie a un permesso ufficiale che le consentiva di entrare nel ghetto per controllare le condizioni igienico-sanitarie ed evitare il diffondersi di epidemie come il tifo, Irena poté muoversi in un luogo da cui per gli ebrei non c'era via d'uscita. Ciò che vide — la fame, le malattie, le deportazioni verso il campo di sterminio di Treblinka — la spinse a trasformare quel lasciapassare in uno strumento di salvezza.

Entrò a far parte di Żegota, il Consiglio per l'aiuto agli ebrei, un'organizzazione clandestina della resistenza polacca, di cui guidò la sezione dedicata all'infanzia. Il suo obiettivo divenne chiaro e disperato: portare fuori dal ghetto quanti più bambini possibile.

I metodi della fuga

Far uscire un bambino dal ghetto richiedeva audacia e ingegno. Irena e i suoi collaboratori usarono ogni via immaginabile: bambini nascosti in casse di legno, in sacchi, in bare e in scatole di attrezzi; piccoli fatti passare attraverso il vecchio tribunale e la chiesa che avevano due ingressi, uno nel ghetto e uno fuori; neonati sedati per non piangere e nascosti sotto le coperte di ambulanze e tram. Un cane addestrato, sistemato nel veicolo, abbaiava per coprire i versi dei più piccoli e per scoraggiare i controlli delle guardie.

Il muro del ghetto di Varsavia durante l'occupazione nazista
Il muro che isolava il ghetto di Varsavia dal resto della città. Foto: Bundesarchiv / Wikimedia Commons.

Una volta fuori, i bambini venivano affidati a famiglie polacche, conventi e orfanotrofi, dotati di documenti falsi e di nuove identità cristiane. Era un lavoro che richiedeva una rete vastissima di complici e un coraggio assoluto: chiunque aiutasse un ebreo, nella Polonia occupata, rischiava la pena di morte immediata, estesa anche alla propria famiglia.

I barattoli sotto il melo

Irena era ossessionata da un pensiero: quei bambini non dovevano perdere per sempre la propria identità. Per questo annotò i loro veri nomi, i nomi falsi e i luoghi dove erano stati nascosti su strisce di carta sottile, che conservò dentro barattoli di vetro sepolti sotto un melo nel giardino di una vicina, di fronte a una caserma tedesca. Sperava, finita la guerra, di poter restituire a ogni bambino la sua vera storia e, dove possibile, ricongiungerlo ai parenti sopravvissuti.

Nel 1943 la Gestapo la arrestò e la torturò brutalmente, fratturandole gambe e piedi. Condannata a morte, fu salvata all'ultimo momento: i membri di Żegota corruppero una guardia che la lasciò andare, mentre il suo nome veniva inserito tra i giustiziati. Sopravvisse nascondendosi, ma non smise di lavorare per la rete clandestina.

Una storia riemersa dall'oblio

Per il regime comunista del dopoguerra la figura di Irena Sendler fu scomoda, legata com'era alla resistenza non comunista, e la sua impresa rimase a lungo nell'ombra. La sua storia tornò alla luce solo alla fine degli anni Novanta, grazie anche a un gruppo di studentesse americane del Kansas che le dedicarono una ricerca scolastica e una piccola opera teatrale, portando il suo nome all'attenzione del mondo.

Il dramma dei ricongiungimenti

La parte più dolorosa della storia arrivò proprio con la pace. Dopo la guerra, Irena dissotterrò i barattoli e consegnò gli elenchi al comitato ebraico, nella speranza di riunire i bambini alle loro famiglie. Ma per la stragrande maggioranza di quei piccoli non c'era più nessuno a cui tornare: i genitori erano stati uccisi a Treblinka o nelle altre fasi dello sterminio. Le liste, pensate per restituire identità e affetti, si trasformarono spesso nella prova definitiva di una perdita totale. Molti dei bambini salvati crebbero con le famiglie adottive, alcuni senza sapere per anni quale fosse la loro origine. Le liste di Irena rimangono comunque una testimonianza preziosa, una memoria scritta di nomi che il nazismo aveva cercato di cancellare per sempre.

Riconosciuta Giusta tra le Nazioni dallo Yad Vashem già nel 1965, candidata al Premio Nobel per la Pace nel 2007, Irena Sendler morì a Varsavia nel 2008, a 98 anni. Con la consueta modestia, rifiutò sempre il ruolo di eroina: "Avrei potuto fare di più", ripeteva, "questo rimpianto mi accompagnerà fino alla morte". Diceva anche di aver agito per un motivo semplicissimo, che le veniva dall'educazione ricevuta dal padre medico: si aiuta chi sta annegando, senza chiedere quale lingua parli o quale sia la sua religione. Una frase che, più di ogni medaglia, racconta la statura morale di una donna che, nel cuore dell'orrore, scelse di salvare il futuro un bambino alla volta.

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