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Lazzaro Spallanzani: l'abate che smontò la generazione spontanea

Padre della biologia sperimentale, anticipò Pasteur e scoprì che i pipistrelli si orientano con l'udito: l'enigma dell'ecolocalizzazione nasce con lui.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Ritratto del naturalista italiano Lazzaro Spallanzani
Ritratto del naturalista italiano Lazzaro Spallanzani

Molto prima di Louis Pasteur, un sacerdote e naturalista italiano aveva già smontato uno dei dogmi più radicati della scienza, e aveva intuito un mistero che sarebbe stato risolto solo nel Novecento: come fanno i pipistrelli a volare nel buio più totale senza schiantarsi. Quell'uomo era Lazzaro Spallanzani (1729-1799), considerato oggi uno dei padri della biologia sperimentale, capace di trasformare ogni curiosità in un esperimento rigoroso.

La sua vita, raccontata anche dall'Enciclopedia Treccani, attraversa la fisiologia, la riproduzione, la vulcanologia e la zoologia, sempre con lo stesso metodo: non fidarsi delle teorie, ma interrogare la natura con prove ripetibili.

La fine della generazione spontanea

Ai tempi di Spallanzani molti scienziati credevano nella generazione spontanea: l'idea che la vita, soprattutto i microrganismi, potesse nascere dal nulla, dalla materia inerte. Il naturalista inglese John Needham sosteneva di averlo dimostrato facendo comparire microbi in brodi nutritivi lasciati all'aria. Spallanzani non era convinto. Nel 1765 progettò un esperimento elegante: prese dei brodi, li fece bollire a lungo per uccidere ogni forma di vita e poi sigillò ermeticamente i contenitori fondendone il vetro alla fiamma. Quei brodi restarono limpidi, mentre quelli lasciati aperti si popolavano di microrganismi.

La conclusione era chiara: i microbi non si generavano dal nulla, ma arrivavano dall'esterno. Era un colpo durissimo alla teoria della generazione spontanea, anticipando di quasi un secolo gli esperimenti decisivi di Pasteur. I dettagli di questi lavori sono ricostruiti nella biografia su Wikipedia.

Ritratto dipinto del naturalista Lazzaro Spallanzani
Lazzaro Spallanzani in un ritratto conservato all'Accademia delle Scienze di Torino. Immagine: Wikimedia Commons.

Il «problema del pipistrello»

L'intuizione più celebre arrivò tra il 1792 e il 1794. Spallanzani era affascinato da come i pipistrelli volassero perfettamente nell'oscurità. Catturò alcuni esemplari nella cattedrale di Pavia, li accecò e li liberò: con sua sorpresa, gli animali continuavano a volare e a cacciare senza problemi, evitando ogni ostacolo. La vista, dunque, non era necessaria. Quando però tappò loro le orecchie, i pipistrelli divennero improvvisamente disorientati, urtando contro le pareti e gli oggetti.

Era la prima prova che questi animali si orientano con l'udito e non con la vista. Spallanzani non riuscì a spiegare il meccanismo, perché non poteva immaginare gli ultrasuoni, ma aveva posto quello che è passato alla storia come il "problema del pipistrello di Spallanzani". La risposta completa, l'ecolocalizzazione, sarebbe arrivata solo negli anni Trenta del Novecento, quando si capì che i pipistrelli emettono suoni acutissimi e ne ascoltano l'eco di ritorno.

Digestione, fecondazione e vulcani

La curiosità di Spallanzani non conosceva confini. Per studiare la digestione, arrivò a inghiottire piccole spugne e tubi legati a un filo per recuperare i succhi del proprio stomaco, dimostrando che la digestione è un processo chimico operato dal succo gastrico e non una semplice macinazione meccanica. Studiò la fecondazione con esperimenti pionieristici, fino a realizzare quella che è considerata una delle prime inseminazioni artificiali in un cane, dimostrando che per generare la vita servivano sia il seme maschile sia l'uovo. Si dedicò perfino alla vulcanologia, esplorando l'Etna e lo Stromboli, come ricorda il portale di divulgazione scientifica.

Un metodo che ha cambiato la biologia

Professore all'Università di Pavia, dove fondò un ricco museo di storia naturale, Spallanzani incarnò perfettamente lo spirito dell'Illuminismo: la convinzione che la natura potesse essere compresa attraverso l'osservazione e l'esperimento, non attraverso le autorità del passato. Morì a Pavia nel febbraio 1799.

La sua eredità è enorme: non tanto per una singola scoperta, quanto per il modo in cui faceva scienza. Ogni volta che oggi un ricercatore isola una variabile, ripete una prova in condizioni controllate o diffida di una spiegazione troppo comoda, segue, senza saperlo, la strada tracciata da un curioso abate emiliano oltre due secoli fa.

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