Storie
Matthew Henson, il pioniere afroamericano del Polo Nord
La storia dell'esploratore che la marcia del 1909 portò forse per primo sul tetto del mondo, e che il razzismo cancellò per decenni

Matthew Henson è uno dei nomi più ingiustamente dimenticati nella storia dell'esplorazione polare. Nato in Maryland nel 1866, figlio di mezzadri afroamericani liberi, divenne per oltre vent'anni il compagno indispensabile di Robert E. Peary nelle spedizioni artiche, fino alla celebre marcia del 6 aprile 1909 verso il punto stimato del Polo Nord. Eppure, mentre Peary raccoglieva onori e fama, Henson fu per decenni cancellato dalla narrazione ufficiale a causa del razzismo del suo tempo. La sua è la storia di un uomo che, secondo diverse ricostruzioni, fu probabilmente il primo del gruppo a mettere piede sul "tetto del mondo".
Dal Maryland all'Artico
Matthew Alexander Henson nacque l'8 agosto 1866 nella contea di Charles, in Maryland. Rimasto orfano da bambino, a soli dodici anni si imbarcò come mozzo su una nave mercantile, viaggiando per anni tra l'Atlantico, l'Asia e l'Africa e imparando il mestiere del marinaio. Fu durante questi viaggi che acquisì una versatilità rara, fatta di lingue, navigazione, abilità manuali e capacità di adattamento: tutte qualità che si sarebbero rivelate decisive nel deserto di ghiaccio del Grande Nord.
L'incontro decisivo avvenne a Washington nel 1887, quando Henson, allora poco più che ventenne, conobbe Robert Peary, ufficiale della Marina statunitense. Peary lo assunse come assistente e lo portò con sé in una missione di rilievo topografico in Nicaragua. Da quel momento i due divennero inseparabili: secondo l'Enciclopedia Britannica, Henson accompagnò Peary in sette spedizioni artiche tra il 1891 e il 1909, condividendo fatiche, pericoli e ambizioni nell'arco di oltre due decenni.
L'uomo che parlava la lingua degli Inuit
Ciò che rese Henson tanto prezioso non fu un ruolo subalterno, ma una competenza tecnica superiore. A differenza degli altri membri delle spedizioni, egli imparò la lingua degli Inuit, commerciò con loro e fu ricordato come l'unico non-Inuit a padroneggiare davvero la guida delle slitte e l'addestramento delle mute di cani secondo i metodi tradizionali del popolo artico. Questa familiarità con il sapere indigeno lo trasformò da semplice aiutante in elemento insostituibile della catena di comando sul campo.
Henson costruiva e riparava le slitte, organizzava i campi avanzati e gestiva la logistica delle marce sul pack. Lo stesso Peary riconobbe che difficilmente sarebbe potuto arrivare al Polo senza di lui. In un'epoca in cui la tecnologia occidentale falliva di fronte alla furia dell'Artico, fu proprio l'adozione delle conoscenze indigene, mediata in larga parte da Henson, a rendere possibile l'avanzata verso nord. Egli stesso raccontò questi metodi nella sua autobiografia A Negro Explorer at the North Pole, pubblicata nel 1912 e oggi una delle fonti dirette più preziose su quelle spedizioni.
6 aprile 1909: chi arrivò per primo?
Nella spedizione del 1908-1909, dopo che il resto della squadra era tornato indietro, l'ultimo gruppo a puntare verso il Polo era composto da Peary, Henson e quattro Inuit: Ootah, Egingwah, Seegloo e Ooqueah. Secondo la ricostruzione riportata da numerose fonti, il 6 aprile 1909 Henson, che apriva la pista con la sua slitta, raggiunse per primo quello che il gruppo riteneva essere il Polo Nord, precedendo Peary di circa quarantacinque minuti. Nel suo libro del 1912 Henson si descrisse come il solo compagno di Peary "venuto dalla civiltà" presente in quel momento culminante.
Qui la storia si intreccia con una doppia controversia. La prima è personale: secondo diversi resoconti, quando Peary raggiunse il campo si rifiutò di accettare i calcoli di Henson e scelse di proclamare Polo un punto leggermente diverso da quello indicato dal suo collaboratore. La seconda controversia è scientifica e tuttora aperta: gli storici dibattono da oltre un secolo se Peary abbia davvero raggiunto il Polo geografico esatto, dato che le sue osservazioni di navigazione erano incomplete e il margine d'errore notevole. A complicare il quadro, una rivendicazione rivale era stata avanzata dall'esploratore Frederick Cook, che sosteneva di aver toccato il Polo già nel 1908.
È onesto dire, dunque, che nessuno può affermare con certezza assoluta che il gruppo abbia messo piede sul punto matematico esatto del Polo. Quel che è certo, e che le diverse testimonianze concordano nel riconoscere, è che Matthew Henson fu in testa alla marcia finale: chiunque sia stato il vero "primo uomo al Polo", il pioniere afroamericano era davanti a tutti sul ghiaccio.

L'oblio e la tardiva riabilitazione
Al ritorno, gli onori andarono quasi tutti a Peary, accolto come eroe nazionale e in seguito promosso. Henson, afroamericano in un'America segregata, fu relegato ai margini: per anni svolse lavori umili e poi, dal 1913, divenne impiegato presso la dogana di New York. La sua impresa fu a lungo ignorata dalla società bianca dell'epoca, e il suo nome scomparve quasi del tutto dai resoconti ufficiali della "conquista" del Polo.
Un primo segnale di riscatto era arrivato già in vita: nel 1937 l'Explorers Club di New York, prestigiosa società di esploratori che annoverava tra i suoi membri figure come Theodore Roosevelt, accolse Matthew Henson tra i suoi soci, facendone il primo afroamericano ammesso nella sua storia. Undici anni dopo, nel 1948, fu elevato al livello più alto di membership del club. Erano riconoscimenti ancora di nicchia, lontani dal clamore tributato a Peary, ma testimoniavano come, almeno tra gli esploratori, il valore tecnico e umano di Henson fosse ormai indiscutibile.
Il riconoscimento arrivò tardi e con il contagocce. Nel 1944 il Congresso degli Stati Uniti assegnò a Henson, insieme agli altri membri della spedizione, una medaglia commemorativa, la Peary Polar Expedition Medal. Negli anni successivi l'esploratore fu ricevuto alla Casa Bianca dai presidenti Truman ed Eisenhower. Matthew Henson morì a New York il 9 marzo 1955, all'età di 88 anni.

Fu solo nel 1988 che i suoi resti e quelli della moglie furono traslati con tutti gli onori al Cimitero Nazionale di Arlington, accanto alla tomba di Peary: un gesto simbolico che riparava decenni di silenzio. Nel 2000, infine, la National Geographic Society gli conferì postuma la prestigiosa Hubbard Medal. Oggi la sua autobiografia è liberamente consultabile e conservata, tra l'altro, dalla Library of Congress, mentre istituzioni come lo Smithsonian custodiscono oggetti appartenuti all'esploratore, tra cui un orologio da taschino della spedizione. La vicenda di Henson è diventata così il simbolo di un pioniere la cui storia, sepolta a lungo dal pregiudizio, è stata finalmente restituita al posto che le spetta.
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