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Nellie Bly: in manicomio sotto copertura e il giro del mondo

Si finse pazza per denunciare gli abusi di un manicomio, poi fece il giro del mondo in 72 giorni: la storia della pioniera del giornalismo investigativo.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Ritratto fotografico della giornalista Nellie Bly
Ritratto fotografico della giornalista Nellie Bly

Nel 1887 una giovane giornalista si finse pazza per farsi rinchiudere in un manicomio e raccontare dall'interno gli abusi che vi si consumavano. Due anni dopo fece il giro del mondo in 72 giorni, battendo il record immaginario del romanzo di Jules Verne. Si chiamava Nellie Bly, ed è considerata una delle pioniere del giornalismo investigativo e sotto copertura. La sua vita fu una sfida continua ai limiti che la società dell'Ottocento imponeva alle donne.

Da una lettera arrabbiata a una carriera

Dietro lo pseudonimo c'era Elizabeth Jane Cochran, nata in Pennsylvania nel 1864. La sua carriera nacque per caso: indignata da un articolo del Pittsburgh Dispatch che descriveva le donne lavoratrici come «una mostruosità», scrisse al giornale una lettera così appassionata che il direttore, colpito, le offrì un impiego. Adottò il nome d'arte Nellie Bly, tratto da una canzone popolare, e cominciò a occuparsi di temi che altri ignoravano: le condizioni delle operaie, i divorzi, la povertà.

Ancora giovanissima si recò come corrispondente in Messico, dove per mesi descrisse la vita quotidiana e le ingiustizie del Paese, finché le sue critiche al governo non la costrinsero a lasciarlo in fretta. Insofferente verso gli incarichi «leggeri» — cronaca mondana, moda, giardinaggio — che all'epoca venivano riservati alle giornaliste donne, si trasferì a New York decisa a fare il giornalismo «vero», quello che gli uomini consideravano una loro esclusiva.

Ritratto fotografico della giornalista Nellie Bly
Nellie Bly, pseudonimo di Elizabeth Jane Cochran, pioniera del giornalismo investigativo. Immagine di pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

Dieci giorni in manicomio

La svolta arrivò con il New York World di Joseph Pulitzer. Per un'inchiesta sulle condizioni del Women's Lunatic Asylum, l'ospedale psichiatrico femminile sull'isola di Blackwell, Nellie Bly accettò una missione rischiosissima: fingersi malata di mente per farsi internare. Simulò comportamenti confusi in una pensione, ingannò medici e giudici e fu rinchiusa nell'istituto, dove rimase dieci giorni.

Ciò che vi trovò era agghiacciante: cibo avariato, acqua sporca, freddo, violenze delle infermiere, pazienti legate e maltrattate, molte delle quali — scoprì — non erano affatto malate, ma semplicemente povere, straniere o incapaci di farsi capire in inglese. Una volta entrata, si comportò in modo del tutto normale, eppure più si mostrava lucida più i medici la giudicavano malata: un paradosso che rivelava quanto fosse facile, allora, dichiarare folle una donna. A liberarla, dopo dieci giorni, fu un avvocato inviato dallo stesso giornale. Il suo reportage, poi raccolto nel libro «Ten Days in a Mad-House», oggi liberamente consultabile online, fece scalpore. Un gran giurì avviò un'indagine e le autorità di New York aumentarono i fondi per l'assistenza psichiatrica. Era la dimostrazione che il giornalismo poteva cambiare la realtà.

Nellie Bly in abito da viaggio con cappotto e borsa
Nellie Bly in abito da viaggio: con un solo bagaglio fece il giro del mondo in 72 giorni. Immagine di pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

Il giro del mondo in 72 giorni

Nel 1889 Nellie Bly propose un'impresa che sembrava impossibile: ripetere nella realtà il viaggio del romanzo di Jules Verne Il giro del mondo in ottanta giorni, ma in meno tempo. Partì da New York il 14 novembre con un solo piccolo bagaglio, affrontando piroscafi, treni, risciò e ogni mezzo disponibile. Durante il tragitto fece tappa in Francia, dove incontrò di persona lo stesso Jules Verne.

Il 25 gennaio 1890 tornò a New York avendo completato il periplo del globo in 72 giorni, 6 ore e 11 minuti: un record mondiale, all'epoca. Senza saperlo, aveva gareggiato anche contro un'altra giornalista, Elizabeth Bisland, partita lo stesso giorno nella direzione opposta per conto di una rivista rivale. L'intera nazione seguì l'impresa come un evento sportivo: il giornale lanciò un concorso per indovinare il tempo esatto del suo ritorno, raccogliendo quasi un milione di previsioni, e per l'ultimo tratto attraverso gli Stati Uniti le fu messo a disposizione un treno speciale. Lungo la strada acquistò persino una scimmietta, che portò con sé fino a casa. La voce enciclopedica dedicata a Nellie Bly ricorda come quel viaggio la trasformò in una celebrità internazionale, simbolo di un'epoca affascinata dalla velocità e dal progresso.

Un'inventrice e una reporter di guerra

La vita di Nellie Bly non si fermò al giornalismo. Sposato l'industriale milionario Robert Seaman, alla morte del marito ne guidò l'azienda manifatturiera, dimostrandosi imprenditrice capace e attenta ai diritti dei dipendenti. Le vengono attribuiti anche alcuni brevetti, tra cui quello per un innovativo bidone metallico. Allo scoppio della Prima guerra mondiale tornò al giornalismo, diventando una delle prime donne a riferire dal fronte orientale.

Morì di polmonite nel 1922, a 57 anni. La sua eredità, però, è enorme: il suo metodo, basato sull'immergersi in prima persona nella realtà che voleva denunciare, ha anticipato il giornalismo investigativo moderno. La sua inchiesta dal manicomio, di cui resta memoria anche nella scheda dedicata a «Ten Days in a Mad-House», è considerata un classico del giornalismo «sotto copertura». In un'epoca in cui alle donne si chiedeva di restare in disparte, Nellie Bly scelse di stare in prima linea, dimostrando che il coraggio e la curiosità possono cambiare la società. Ancora oggi è un modello per chi crede che raccontare la verità sia un atto capace di trasformare il mondo.

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