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I capodogli del Mediterraneo parlano dialetti diversi: lo studio del 2026
Una nuova ricerca rivela che i capodogli del bacino orientale e di quello occidentale — Italia compresa — usano sequenze di clic distinte.

I capodogli che popolano i due lati del Mar Mediterraneo non si esprimono allo stesso modo. È la conclusione di una ricerca diffusa nel giugno 2026 e ripresa anche in Italia, secondo cui le popolazioni del bacino orientale, al largo della Grecia, e quelle del bacino occidentale, che comprende le acque italiane, utilizzano sequenze sonore distinte: una vera e propria differenza di "dialetto" che si tramanda di generazione in generazione e che, sorprendentemente, cambia anche nel corso del tempo.
Le "code": il codice d'identità dei capodogli
I capodogli (Physeter macrocephalus) sono gli animali con la voce più potente del pianeta e comunicano emettendo le cosiddette code (in inglese codas): brevi e stereotipate raffiche di clic, paragonabili a un battito ritmico in codice Morse. È importante non confonderle con i clic di ecolocalizzazione, fortissimi e direzionali, che i capodogli sparano nelle profondità per individuare i calamari di cui si nutrono. Le code hanno invece una funzione sociale: servono a riconoscersi e a segnalare l'appartenenza a un gruppo. Insiemi di capodogli che condividono lo stesso repertorio di code formano quelli che i biologi chiamano clan vocali, una struttura culturale studiata a fondo dal ricercatore Shane Gero, che ha mostrato come i piccoli imparino il "dialetto" dalla madre e dal gruppo, non per istinto genetico.

Vent'anni di registrazioni negli abissi
Lo studio, condotto da un gruppo internazionale e pubblicato sui Proceedings of the Royal Society B, ha analizzato migliaia di code registrate nell'arco di quasi vent'anni: campioni raccolti nelle Baleari, nel bacino occidentale, e lungo la cosiddetta Fossa Ellenica, la profonda depressione sottomarina al largo di Creta che ospita una delle ultime roccaforti dei capodogli del Mediterraneo orientale. Confrontando i due grandi archivi sonori, i ricercatori hanno scoperto che gli animali della zona orientale usano una variante più rapida e differente delle sequenze rispetto a quelli della fascia occidentale, che si estende da Gibilterra fino alle coste italiane.
Come ha riportato l'agenzia ANSA nel servizio dedicato, l'aspetto più sorprendente è che questi dialetti non sono affatto fissi: si modificano gradualmente nel tempo, segno che la "cultura sonora" dei capodogli è viva e in continua evoluzione, esattamente come accade per le lingue umane, che mutano di generazione in generazione.
Perché riguarda da vicino l'Italia
Le acque italiane — dal Mar Ligure al Tirreno, fino al Canale di Sicilia — rientrano nel bacino occidentale, dove vive una popolazione di capodogli considerata particolarmente vulnerabile. La sottopopolazione mediterranea è geneticamente distinta da quella atlantica ed è classificata come "in pericolo" dalle liste di conservazione internazionali. Proprio per questo la scoperta di tradizioni vocali separate aggiunge un tassello prezioso alla loro tutela: capire come si raggruppano e si distinguono i clan è essenziale per stimarne con precisione il numero e per proteggerli dalle minacce principali, dal traffico marittimo alle collisioni con le navi, dall'inquinamento acustico fino alla plastica e alle reti abbandonate.
L'Italia, va ricordato, ospita anche il Santuario Pelagos, una vasta area marina protetta tra Liguria, Toscana, Corsica e Costa Azzurra istituita per la salvaguardia dei cetacei: un contesto in cui ricerche come questa hanno ricadute molto concrete sulle strategie di conservazione.
Ascoltare il mare con gli idrofoni
Studiare animali che trascorrono gran parte della vita a centinaia di metri di profondità è una sfida enorme. I ricercatori si affidano agli idrofoni, microfoni subacquei capaci di captare i clic dei capodogli a chilometri di distanza, spesso trainati da barche o ancorati sul fondale per registrare in continuo. Ogni coda viene poi analizzata misurando con precisione gli intervalli tra un clic e l'altro: è proprio in queste minuscole differenze di ritmo che si nasconde il "dialetto". Confrontare migliaia di sequenze raccolte in anni diversi e in zone diverse richiede software sofisticati e una pazienza certosina, ma è l'unico modo per ricostruire la mappa culturale di una specie che non possiamo seguire con lo sguardo.
Questo tipo di analisi acustica si sta rivelando uno strumento prezioso anche per il censimento: poiché ogni clan ha la sua firma sonora, ascoltare il mare permette di stimare quali e quanti gruppi frequentano una determinata area, senza bisogno di avvistamenti diretti.
Culture animali da non perdere
La ricerca rafforza un'idea che negli ultimi anni ha conquistato l'etologia: alcuni animali possiedono vere e proprie culture, cioè comportamenti appresi e trasmessi socialmente, non scritti nei geni. Se un dialetto dei capodogli si estingue insieme alla popolazione che lo "parla", non si perde solo un gruppo di animali, ma un pezzo irripetibile di patrimonio immateriale del mare. Tutelare i capodogli del Mediterraneo, in questa prospettiva, significa anche salvaguardare voci antiche che risuonano negli abissi da molto prima della comparsa dell'uomo.
Lo studio si inserisce in un filone di ricerca sempre più ricco, che negli ultimi anni ha rivelato dialetti, tradizioni alimentari e perfino "mode" passeggere in diverse specie di cetacei. Ogni nuova scoperta restringe la distanza che immaginiamo tra noi e gli altri animali, e ci costringe a ripensare cosa intendiamo per linguaggio, identità e appartenenza. Il fatto che tutto questo avvenga a poche miglia dalle nostre coste rende la vicenda dei capodogli del Mediterraneo non una curiosità esotica, ma una storia di casa nostra.
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