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Psicologia

Effetto del falso consenso: perché crediamo che tutti la pensino come noi

Tendiamo a sovrastimare quante persone condividano le nostre opinioni e abitudini. Un esperimento del 1977 a Stanford lo dimostrò con un cartello pubblicitario.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Folla di persone diverse a un incrocio cittadino affollato
Folla di persone diverse a un incrocio cittadino affollato

Quante persone, secondo voi, la pensano come voi su una questione che vi sta a cuore? È molto probabile che la vostra stima sia troppo alta. La nostra mente tende infatti a credere che le proprie opinioni, scelte e abitudini siano più diffuse e "normali" di quanto siano davvero. Gli psicologi chiamano questo errore effetto del falso consenso, e lo studiarono per la prima volta in modo rigoroso nel 1977, con un esperimento tanto semplice quanto rivelatore.

L'esperimento del cartello

Lo psicologo Lee Ross, insieme ai colleghi David Greene e Pamela House, condusse a Stanford una serie di studi diventati un classico della psicologia sociale. In quello più celebre, gli studenti venivano invitati a girare per il campus per mezz'ora indossando un grande cartello pubblicitario con la scritta "Eat at Joe's" ("Mangia da Joe"). Era una richiesta strana e potenzialmente imbarazzante, e ciascuno era libero di accettare o rifiutare.

Il dato interessante non era la scelta in sé, ma le previsioni. A chi accettava veniva chiesto di stimare quanti altri studenti avrebbero fatto lo stesso, e altrettanto a chi rifiutava. Il risultato fu netto: ognuno riteneva che la maggioranza avrebbe fatto la sua stessa scelta. Chi indossava il cartello pensava che lo avrebbe fatto la maggior parte degli altri; chi rifiutava era convinto che quasi tutti avrebbero rifiutato. Entrambi i gruppi proiettavano il proprio comportamento sugli altri, vedendolo come il più comune e ragionevole. Lo studio, pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology, diede il nome al fenomeno.

Cos'è, in sostanza

L'effetto del falso consenso è la tendenza a sovrastimare il grado in cui gli altri condividono le nostre convinzioni, i nostri valori e i nostri comportamenti. In pratica, usiamo noi stessi come metro di misura del mondo: se a noi una cosa appare ovvia o giusta, diamo per scontato che lo sia anche per la maggior parte delle persone. C'è anche un risvolto: tendiamo a considerare chi compie scelte diverse dalle nostre come più "particolare", più estremo o più rivelatore di un tratto di personalità anomalo, mentre vediamo le nostre scelte come semplicemente normali e dettate dalla situazione.

È curioso notare che esiste anche un fenomeno per certi versi opposto, chiamato effetto del falso primato (o falsa unicità): quando si tratta di abilità e qualità desiderabili, tendiamo invece a sottostimare quante persone le possiedano, per sentirci speciali. Ci consideriamo cioè più generosi, più competenti o più originali della media. I due fenomeni non si contraddicono, ma rivelano la stessa radice egocentrica: il nostro io resta il punto da cui misuriamo tutto il resto, modulando le stime a seconda di ciò che ci fa stare meglio. Per le opinioni e i comportamenti comuni cerchiamo compagnia, per i pregi cerchiamo distinzione.

Folla di persone a una vivace festa di strada con ombrelli colorati
Tendiamo a credere che la maggioranza condivida le nostre opinioni: spesso non è così. Credit: Anderson Santos / Pexels.

Perché lo facciamo

Le ragioni di questo bias sono molteplici. La prima è di natura sociale: tendiamo a circondarci di persone simili a noi — per idee, gusti, estrazione — e questo ambiente selettivo ci offre conferme continue, facendoci credere che il mondo intero la pensi così. La seconda è cognitiva: la nostra opinione è quella a cui abbiamo accesso più immediato e vivido, quindi diventa il punto di riferimento spontaneo per giudicare quanto sia diffusa. Una terza ragione è motivazionale: credere di essere in compagnia della maggioranza è rassicurante, conferma che le nostre scelte sono valide e protegge la nostra autostima. Una rassegna pubblicata sulla rivista Psychological Bulletin ha passato in rassegna un decennio di ricerche, individuando proprio in questi meccanismi le radici del fenomeno.

Le conseguenze nella vita reale

L'effetto del falso consenso ha implicazioni concrete e talvolta pesanti. In politica alimenta la convinzione di rappresentare una "maggioranza silenziosa", anche quando i dati dicono il contrario, contribuendo allo stupore di fronte a risultati elettorali inattesi. Sui social network il fenomeno si amplifica: gli algoritmi ci mostrano soprattutto contenuti affini ai nostri, creando bolle in cui ogni opinione sembra largamente condivisa. Questo distorce la nostra percezione del dibattito pubblico e può accentuare la polarizzazione, perché chi la pensa diversamente appare non solo in minoranza, ma quasi incomprensibile. Lo stesso errore inganna chi lancia un prodotto convinto che "piacerà a tutti" perché piace a sé, o chi sottovaluta un conflitto dando per scontato che l'altro condivida le proprie premesse.

Come difendersi

Riconoscere questo bias è il primo passo per limitarne gli effetti. Un esercizio utile è chiedersi consapevolmente: "E se fossi io a essere in minoranza?". Cercare attivamente opinioni diverse dalle proprie, esporsi a fonti e persone che la pensano in modo differente, e diffidare della sensazione che "lo pensano tutti" aiuta a costruire una visione più realistica del mondo. Vale anche il contrario: ricordare che le persone diverse da noi non sono necessariamente strane o sbagliate, ma magari semplicemente parte di una distribuzione di opinioni più varia di quanto immaginiamo.

L'effetto del falso consenso ci ricorda una verità scomoda ma preziosa: il nostro punto di vista, per quanto ci appaia ovvio, è solo uno tra i tanti. La mente costruisce silenziosamente un mondo a propria immagine, popolato di persone che ci somigliano. Accorgersene non significa rinunciare alle proprie idee, ma guardarle con un po' più di umiltà, sapendo che ciò che ci sembra l'evidenza condivisa da tutti potrebbe essere, in realtà, soltanto la nostra.

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