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Psicologia

L'ipotesi del mondo giusto: perché incolpiamo le vittime per non perdere la fede nella giustizia

Melvin Lerner dimostrò nel 1965 a Kansas che gli osservatori "meritocrazzano" le ingiustizie per proteggersi

di Andrea Bertolotti··5 min di lettura
Statua della Giustizia che tiene la bilancia in mano
Statua della Giustizia che tiene la bilancia in mano

Una donna viene investita da un'auto in centro città. La prima domanda che molti passanti — silenziosamente — si fanno è: "Ma cosa stava facendo? Ha attraversato male? Era distratta?". Non è cattiveria. È un bias profondo della mente umana, descritto e studiato per la prima volta sessant'anni fa da uno psicologo sociale americano. Si chiama ipotesi del mondo giusto (just-world hypothesis), e fu formulata da Melvin J. Lerner all'Università del Kansas nel 1965.

L'idea è semplice e sgradevole: per proteggere la convinzione che il mondo sia tutto sommato equo, le persone tendono a credere che chi soffre se lo sia meritato. È il meccanismo che genera il classico blame the victim, dalle vittime di violenza sessuale ai senzatetto, dai malati di tumore al polmone ai poveri.

Il primo esperimento: la lotteria della meritocrazia (1965)

Lerner cominciò con un esperimento apparentemente innocuo. In una serie di sedute alla University of Kansas, i suoi assistenti dicevano ai partecipanti che due studenti, in un'altra stanza, avevano partecipato a un sorteggio in denaro. A uno era andata bene, all'altro no. La differenza era esplicitamente casuale, basata solo sul caso.

Eppure, quando ai partecipanti veniva chiesto di valutare i due studenti, sistematicamente quello che aveva vinto veniva descritto come più capace, più diligente, più meritevole. Quello che aveva perso era percepito come meno bravo. Sapendo che si trattava di una lotteria. La cognizione razionale veniva sopraffatta da un bisogno di coerenza.

Il paradigma delle scosse (1966): 72 studentesse e una vittima

L'anno successivo Lerner e Carolyn Simmons pubblicarono sul Journal of Personality and Social Psychology l'esperimento che divenne classico. Settantadue studentesse della University of Kansas furono invitate ad assistere — attraverso un finto specchio unidirezionale — a una sessione di apprendimento in cui una loro coetanea (in realtà una complice degli sperimentatori) riceveva delle scosse elettriche apparenti come punizione per gli errori.

Le partecipanti erano divise in quattro gruppi. In uno, alla fine veniva detto loro che la vittima sarebbe stata risarcita; in un altro, che non avrebbe ricevuto nulla; in un terzo che le scosse sarebbero continuate; in un quarto che la vittima si era offerta volontaria per il bene della scienza.

Il risultato cruciale: quando alle osservatrici veniva fatto credere che la vittima non avrebbe ricevuto compensazione, queste tendevano a derogare la vittima stessa, descrivendola come meno simpatica, meno meritevole, meno attraente. Quando invece veniva detto che la vittima sarebbe stata risarcita, le valutazioni rimanevano neutrali.

L'interpretazione di Lerner: di fronte a un'ingiustizia irrimediabile, la mente cerca un colpevole per non dover ammettere che il mondo non è giusto. La cattiva sorte deve essere meritata. Il sangue cerca un debito.

Sedia da regista in uno studio minimalista che proietta un'ombra artistica
L'illusione di un mondo giusto: spesso chi osserva la sofferenza altrui ricostruisce nella propria mente un copione di responsabilità della vittima. Foto: Lisett Kruusimäe / Pexels.

Il libro del 1980

Quindici anni di esperimenti confluirono in The Belief in a Just World: A Fundamental Delusion, pubblicato da Lerner nel 1980 con Plenum Press. Il libro definì la cosmologia psicologica di chi crede in un mondo giusto:

  • la convinzione che le persone ottengono ciò che si meritano e meritano ciò che ottengono;
  • il sospetto che il successo altrui sia frutto di virtù personale, non di caso o privilegio;
  • l'attribuzione di colpa alle vittime di crimini o di malattia ("qualcosa avrà fatto");
  • la fiducia automatica nelle istituzioni e nell'autorità.

Lerner mostrò che la convinzione del mondo giusto è una strategia adattiva: chi la possiede tende ad avere meno ansia generalizzata, più benessere percepito, una maggiore capacità di pianificare il lungo termine. Il prezzo, però, è la diminuzione dell'empatia per chi è in difficoltà senza colpa apparente.

Dove troviamo questo bias

Negli ultimi quarant'anni il modello di Lerner è stato applicato a moltissimi ambiti. Le revisioni hanno mostrato che chi ha credenze più forti nel mondo giusto tende a:

  • incolpare le vittime di stupro per il loro abbigliamento (numerosi studi sul rape myth acceptance);
  • derogare le persone senza casa (studi di Furnham, 2003);
  • giudicare meritate le diseguaglianze economiche (correlazione con scale di destra autoritaria);
  • resistere ai movimenti per la giustizia sociale, perché "se ci sono ingiustizie sistemiche, allora il mondo non era giusto da prima";
  • avere atteggiamenti più favorevoli verso la pena capitale e contro le politiche di welfare.

Mondo giusto e religione

Le ricerche cross-culturali di Lerner e collaboratori hanno mostrato una correlazione robusta tra fede nel mondo giusto e religiosità. Le grandi tradizioni religiose offrono cornici di senso che razionalizzano le ingiustizie terrene: il karma nell'induismo e nel buddismo, la giustizia divina nelle religioni abramitiche, la theodicea in filosofia. La convinzione che, prima o poi, le cose si raddrizzino — in questa vita o in un'altra — è funzionalmente la stessa convinzione del mondo giusto, secolarizzata o meno.

Una distinzione importante: BJW personale e BJW generale

Negli anni Novanta, le ricerche di Claudia Dalbert all'Università di Halle hanno introdotto una distinzione utile:

  • la belief in a just world for self (BJW-self): la convinzione che a me succedano cose giuste. Correlata positivamente con benessere mentale e resilienza;
  • la belief in a just world for others (BJW-others): la convinzione che agli altri succedano cose giuste. Correlata negativamente con l'empatia verso le minoranze e con l'attivismo sociale.

Questa distinzione spiega un paradosso: chi crede in un mondo giusto è personalmente più sereno, ma socialmente più conservatore. La fede aiuta lui, ma rende meno solidale con il prossimo in difficoltà.

Implicazioni cliniche e civili

L'ipotesi del mondo giusto è oggi al centro di numerosi protocolli clinici. Le linee guida sul trattamento delle vittime di violenza riconoscono che il bias amplifica il trauma: la vittima si auto-incolpa proprio perché ha interiorizzato l'idea che, se le è successo, qualcosa avrà fatto. Lo stesso vale in oncologia: la "colpa" attribuita ai malati di cancro al polmone che hanno fumato in passato è una forma di derogazione.

Nelle politiche pubbliche, riconoscere il bias del mondo giusto è oggi un argomento centrale nei corsi di formazione di giudici, giornalisti e operatori sociali. Sapere che la propria reazione spontanea — "qualcosa avrà fatto" — è una scorciatoia cognitiva, non un giudizio razionale, è il primo passo per resistere al bias.

L'ipotesi di Lerner è una scoperta scomoda. Mostra che il nostro bisogno di sentirci al sicuro in un mondo prevedibile spesso ha un costo: la mancanza di empatia per chi sta peggio di noi senza meritarlo. È un costo che il pensiero critico, esercitato consapevolmente, può ridurre.

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