Psicologia
Action bias: i portieri saltano quasi sempre, ma sui rigori la statistica dice il contrario
Lo studio del 2007 di Bar-Eli su 286 calci di rigore: restare al centro porta il 33% di parate, lanciarsi solo il 13%

Davanti a un calcio di rigore, il portiere sa due cose: il tiro arriva a oltre cento chilometri all'ora e lui ha meno di mezzo secondo per reagire. Per questo, in praticamente ogni rigore della storia del calcio, vediamo il portiere tuffarsi a destra o a sinistra prima che il pallone parta. È un gesto che sembra obbligato, fisiologico. E invece, nella maggior parte dei casi, è una decisione sbagliata. È uno dei casi più puliti di un bias cognitivo che la psicologia chiama action bias: la tendenza a fare qualcosa, anche quando star fermi sarebbe la scelta migliore.
Lo studio israeliano del 2007
L'analisi che ha sistematizzato il fenomeno è firmata da Michael Bar-Eli, Ofer Azar, Ilana Ritov, Yael Keidar-Levin e Galit Schein. Cinque autori, due università (Ben-Gurion University del Negev e Università Ebraica di Gerusalemme), una passione comune per gli stadi. Il loro paper, intitolato Action bias among elite soccer goalkeepers: The case of penalty kicks, fu pubblicato nel 2007 sul Journal of Economic Psychology.
Il dataset comprendeva 286 calci di rigore tirati nei massimi campionati del mondo e nelle competizioni internazionali tra il 1995 e il 2000. Ogni rigore era stato annotato con tre informazioni: la direzione del tiro (sinistra, centro, destra), la direzione del tuffo del portiere, e l'esito (gol o parato). Era una banca dati abbastanza ampia per fare un mestiere statistico serio.

Il risultato che sorprende
I rigori erano distribuiti in modo abbastanza simmetrico: circa il 32% dei tiri andava a sinistra, il 39% a destra e il 29% al centro. La probabilità di parare un tiro, invece, dipendeva fortemente da cosa faceva il portiere.
- Se il portiere si tuffava nella stessa direzione del tiro, la parata avveniva nel 25-30% dei casi.
- Se sbagliava lato, parava ovviamente molto meno (intorno al 1%).
- Ma se restava al centro, parava il 33,3% dei tiri che andavano al centro — la probabilità più alta in assoluto.
Calcolando il valore atteso, gli autori dimostravano che la strategia ottimale era rimanere al centro. Eppure, nel campione, i portieri rimanevano al centro solo nel 6,3% dei calci. Nel restante 93,7% delle volte sceglievano di tuffarsi, anche se la matematica sconsigliava di farlo.
Perché fanno una scelta sbagliata?
La spiegazione proposta dagli autori non è il riflesso muscolare, ma una norma di gruppo. La cultura calcistica, dai tifosi ai giornalisti agli allenatori, considera il tuffo un gesto attivo, un'espressione di impegno. Restare fermi al centro, in caso di gol, sembra rassegnazione: il portiere passivo viene giudicato peggio del portiere che almeno ci ha provato.
Bar-Eli e colleghi citarono esplicitamente la norm theory di Daniel Kahneman e Dale Miller, secondo cui le emozioni negative dopo un esito sfavorevole sono più intense quando l'esito è controfattualmente diverso dalla norma. Un portiere che resta fermo e subisce gol prova un rimpianto più acuto, perché ha deviato dalla norma; un portiere che si tuffa e subisce gol si sente meno responsabile, anche se la sua scelta era statisticamente peggiore. È un meccanismo che si ritrova in molti altri contesti: medici che prescrivono un farmaco invece di aspettare l'evoluzione spontanea, gestori di portafogli che ribilanciano costantemente, politici che annunciano riforme di scarso impatto.

Le critiche e le repliche
Il paper di Bar-Eli ha attirato anche obiezioni. Un commento successivo ha notato che la decisione del portiere non può essere presa al momento in cui il pallone è già partito: serve un anticipo, e il punto di vista del tiratore include esattamente quel calcolo. Se il portiere è noto per restare al centro, il tiratore si adeguerà tirando ai lati con maggior frequenza, e il vantaggio matematico evaporerà. È la classica game theory dei rigori, studiata in dettaglio anche da Ignacio Palacios-Huerta in un celebre articolo del 2003 sull'American Economic Review: in equilibrio, ogni opzione del portiere dovrebbe dare la stessa probabilità di parata.
L'osservazione è giusta in teoria, ma nei dati reali del 2007 l'equilibrio non era raggiunto: i portieri continuavano a perdere occasioni perché si tuffavano troppo. E studi successivi hanno trovato lo stesso pattern in altri sport: nei tiri di hockey, nelle decisioni cliniche d'urgenza, nei trader finanziari. Una rassegna del 2014 su Scientific American ha mostrato che il bias d'azione è documentato anche nei medici dell'emergenza, che ordinano test diagnostici aggiuntivi anche quando le linee guida consiglierebbero di osservare.
La lezione: a volte non fare niente è il gesto migliore
L'action bias è scomodo perché contraddice un'intuizione potente: fare qualcosa sembra sempre più razionale che restare immobili. Ma in molti scenari incerti, la mossa migliore è proprio quella di sostare, raccogliere informazioni, accettare di apparire passivi. Una analisi del BMJ sulle decisioni cliniche ha calcolato che fino a un terzo degli interventi a basso valore aggiunto deriva proprio dalla pressione culturale a non lasciare il paziente con la sensazione che il medico non abbia fatto nulla.
Per chi si occupa di investimenti, gestione, sport o medicina, conoscere il proprio bias verso l'azione è il primo passo per limitarne i danni. La prossima volta che un portiere resta piantato al centro e para un rigore, vale la pena ricordare che probabilmente sta facendo la cosa più difficile del mondo: resistere all'istinto di muoversi.
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