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Psicologia

Hindsight bias: l'illusione di aver previsto il futuro dopo che è già successo

Baruch Fischhoff lo dimostrò nel 1975 a Gerusalemme con un esperimento sulla guerra di Gurkha del 1814: una volta noto il risultato, i partecipanti si convincevano di averlo previsto

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Una sfera di cristallo riflette il paesaggio, metafora dell'illusione di prevedere il futuro
Una sfera di cristallo riflette il paesaggio, metafora dell'illusione di prevedere il futuro

«Te l'avevo detto che vinceva il Brasile». «Era ovvio che il titolo sarebbe crollato». «Lo sapevo che l'avrebbero lasciato». Tre frasi tipiche del giorno dopo. Tre esempi quasi perfetti di hindsight bias, il bias cognitivo grazie al quale, una volta noto l'esito di un evento, lo riteniamo in retrospettiva molto più prevedibile di quanto lo fosse davvero. È un trucco automatico della nostra memoria, ed è il motivo per cui gran parte di noi vive in costante illusione di essere previdenti.

Baruch Fischhoff e l'esperimento di Gerusalemme

Il primo a documentare sperimentalmente il fenomeno fu nel 1975 Baruch Fischhoff, allora dottorando alla Hebrew University di Gerusalemme sotto la guida di Daniel Kahneman e Amos Tversky. L'esperimento, oggi classico, era costruito così: a cinque gruppi di studenti veniva fatta leggere la stessa pagina di storia, un paragrafo riassuntivo della guerra anglo-nepalese del 1814 fra l'esercito britannico e i Gurkha.

A quattro dei cinque gruppi veniva poi rivelato un esito diverso del conflitto: «vittoria britannica», «vittoria gurkha», «stallo militare con accordo di pace», «stallo militare senza accordo». Al quinto gruppo, controllo, nessun esito. Quindi a tutti veniva chiesto di stimare la probabilità che ciascuno dei quattro esiti possibili si verificasse, come se non sapessero cosa era successo.

I risultati furono sistematici. I gruppi a cui era stato rivelato un certo esito attribuivano a quell'esito una probabilità significativamente più alta degli altri gruppi: di solito intorno al 60-65% in più. Avere appreso il risultato modificava in modo retrospettivo la loro stima delle probabilità ex ante. Lo studio originale, intitolato «Hindsight is not equal to foresight», uscì sul Journal of Experimental Psychology: Human Perception and Performance.

Tre tipi di hindsight bias

I lavori successivi, in particolare la grande rassegna del 2004 di Erin Hawkins e Hilary Hastie su Psychological Bulletin, hanno scomposto il fenomeno in tre componenti distinte:

  1. Distorsione di memoria (memory distortion): «ricordavo di averlo previsto». La memoria delle nostre previsioni passate viene riscritta a posteriori per allinearsi all'esito noto.
  2. Inevitabilità percepita (inevitability): «doveva andare così». L'evento appare l'unico esito plausibile della catena di cause che lo ha preceduto.
  3. Prevedibilità percepita (foreseeability): «era ovvio prevederlo». Sopravvalutiamo la facilità con cui avremmo potuto prevedere l'esito prima che si verificasse.
Ritratto del psicologo Baruch Fischhoff, Carnegie Mellon University
Baruch Fischhoff, oggi alla Carnegie Mellon University: il suo lavoro del 1975 ha aperto un campo di ricerca che oggi comprende centinaia di studi sull'analisi retrospettiva delle decisioni. Foto: utente Petrasfan, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

Dove pesa: dalla medicina ai tribunali

Il problema dell'hindsight bias non è teorico. In medicina, quando si valutano errori diagnostici, i revisori conoscono già la diagnosi corretta: gli studi mostrano che giudicano un medico ben più «colpevole di non averlo capito» di quanto sia ragionevole. Nel diritto, gli stessi giurati cui viene chiesto di valutare la foreseeability di un incidente da parte di un'azienda esprimono giudizi più duri quando conoscono già l'esito catastrofico.

Anche in finanza l'effetto è massiccio. Una rassegna su Britannica ricorda gli studi di Pohl e altri sul comportamento degli investitori: dopo un grande movimento di mercato, una larga maggioranza dei partecipanti dichiara di averlo «visto arrivare», anche se le previsioni effettive raccolte prima dell'evento erano distribuite in modo casuale. Per gli analisti questo si traduce in una sopravvalutazione delle proprie capacità predittive e in decisioni di portafoglio aggressive che si rivelano costose.

Tre antidoti che funzionano (parzialmente)

Annullare l'hindsight bias è quasi impossibile, ma ridurlo si può. La letteratura ha individuato tre strategie con un'efficacia misurabile:

  • Considerare l'alternativa (consider the opposite): obbligarsi a immaginare e a scrivere come si sarebbe arrivati a un esito diverso da quello noto riduce l'effetto del 20-30%. Lo proposero Anderson e Lepper nel 1980.
  • Premortem: pratica suggerita da Gary Klein nelle decisioni aziendali. Prima di una scelta, simulare che il progetto sia già fallito e raccontare la storia del fallimento. Forza a riconoscere alternative che, una volta noto l'esito, sembreranno «ovvie».
  • Registrare le previsioni: scrivere le proprie aspettative prima che gli eventi accadano. Il confronto fra le previsioni registrate e l'esito è l'unico modo per limitare la riscrittura retrospettiva. Lo statistico Philip Tetlock lo ha trasformato in metodo nel suo Good Judgment Project, che ha selezionato un piccolo gruppo di «superforecaster» più accurati delle agenzie di intelligence.

Quando l'I-knew-it-all-along ci serve

Una nota finale, più conciliante. Vincent Hilton e altri studiosi della funzione adattativa dei bias hanno suggerito che l'hindsight bias serva a costruire narrazioni coerenti dell'esperienza, riducendo l'ansia di vivere in un mondo casuale. Una mente che assorbisse ogni sorpresa senza filtri sarebbe paralizzata. Il problema non è il bias in sé, ma il momento in cui ci illude di essere capaci di prevedere il futuro al posto di analizzare lucidamente il passato. Da Fischhoff in poi, gli psicologi ce lo ripetono: il futuro era sempre più aperto di come ce lo ricordiamo.

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