
Bump di reminiscenza: perché ricordiamo meglio la giovinezza
Il «bump di reminiscenza» è la tendenza a ricordare meglio gli eventi tra i 10 e i 30 anni. Identità, esperienze nuove e copioni culturali spiegano perché la giovinezza resta così vivida.
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Mente, comportamento, emozioni: capire noi stessi e gli altri.
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Il «bump di reminiscenza» è la tendenza a ricordare meglio gli eventi tra i 10 e i 30 anni. Identità, esperienze nuove e copioni culturali spiegano perché la giovinezza resta così vivida.

L'ipotesi del feedback facciale sostiene che sorridere possa influenzare l'umore. Dall'esperimento della penna del 1988 alla mancata replica del 2016 fino alle nuove prove: cosa sappiamo.

Nella «cecità alla scelta» le persone non notano che la loro decisione è stata segretamente scambiata e difendono con convinzione una preferenza mai espressa. Cosa rivela sulla mente umana.

Nel 1954 lo psicologo Muzafer Sherif divise dei ragazzini in due gruppi a un campo estivo: in pochi giorni divennero nemici. L'esperimento di Robbers Cave spiega l'origine dei conflitti tra gruppi.

La dissonanza cognitiva è il disagio che proviamo quando azioni e convinzioni si contraddicono. Per ridurlo, la mente riscrive ciò che pensa. L'esperimento di Festinger del 1959 lo dimostra.

Il bias di ancoraggio ci porta a 'agganciarci' al primo numero che incontriamo, anche se irrilevante. Scoperto da Tversky e Kahneman, governa prezzi, stime e trattative. Ecco come funziona.

L'effetto Stroop rende lento nominare il colore di una parola che ne indica un altro. L'esperimento del 1935 svela l'automaticità della lettura e oggi è un test neuropsicologico.

La memoria flash ci fa ricordare con nitidezza dov'eravamo a una notizia scioccante. Ma lo studio sul Challenger di Neisser e Harsch dimostra che vividezza non significa accuratezza.

L'effetto dotazione ci porta a valutare di più gli oggetti solo perché li possediamo. L'esperimento delle tazze del 1990 e il legame con l'avversione alla perdita.

La pareidolia è la tendenza a vedere volti dove non ci sono. La stessa area cerebrale dei volti reali si attiva con gli oggetti: un'eredità evolutiva che condividiamo coi primati.

L'effetto Ringelmann, o inerzia sociale, è la tendenza a impegnarsi meno in gruppo. Scoperto nel 1913 con un esperimento sulla corda e confermato da Latané nel 1979.

Il bias di conferma ci spinge a cercare solo prove che ci danno ragione. L'esperimento del 2-4-6 di Wason (1960) lo dimostrò: quasi nessuno prova a smentire la propria ipotesi.